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Questa terra bellissima su TV 2000

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“Questa terra sarà bellissima” è una miniserie di due episodi che ci porta all’interno dei vicoli antichi e segreti di una Sicilia dove i volti di testimoni anti-mafia raccontano la loro sfida oltre il territorio. Il primo racconto di Giuseppe Carini ci condurrà dentro il ricordo dell’insegnamento di Don Pino Puglisi, in un commovente e unico ritratto di un ritorno tanto doloroso quanto irripetibile nella terra di Brancaccio. Con le voci di Piera Aiello e Margherita, nella seconda puntata, incroceremo gli sguardi di due donne forti e coraggiose che hanno combattuto nel nome di un destino segnato dalla mafia. Nato da un’idea di Umberto Lucentini, diretto da Giuseppe Carrieri, “Questa terra sarà bellissima” mostra per la prima volta in TV i segni veri e concreti di una lotta di dignità e civiltà che troppo spesso il nostro paese mette in seconda pagina.

Episodio 1 : Storia di Giuseppe

Episodio 2 : Storie di Piera e Margherita

Da un’idea di Umberto Lucentini

Regia – Giuseppe Carrieri

Con Piera Aiello, Margherita Asta, Giuseppe Carini, Daniele Rampello, Tony Colapinto, Laura Piazza, Ugo Giordano, Chiara Torricelli e la giovanissima Myriam Di Bono

Fotografia – Nicola Baraglia

Montaggio – Carlotta Marrucci

Aiuto regia e supervisione generale – Giorgia Benazzo

Sceneggiatura – Chiara Di Sante

Una produzione originale Natia Docufilm

SEGNALIAMO RIFLESSIONE DI FRANCESCA VIAN

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L’Italia dei diritti civili tira momentaneamente un sospiro di sollievo sulla questione dell’esame di stato per gli studenti disabili. Infatti la commissione parlamentare ha accolto le proteste levatesi da più parti sull’imposizione di prove d’esame ‘equipollenti’ a quelle della classe (una protesta anche da questo blog in https://fondazionenenni.wordpress.com/2017/02/11/prove-desame-uguali-il-ministro-fedeli-ci-ripensa/). Essa ha riformulato il testo del decreto, così come aveva promesso il ministro Fedeli, proponendo: “In sede di esame di stato sostiene prove differenziate coerenti con il percorso svolto, con valore equivalente ai fini del superamento dell’esame e del conseguimento del diploma.” Una frase chiarissima e coerente con l’esperienza delle scuole italiane. Un grande sollievo per tutti. Rimangono ancora, però, motivi di preoccupazione. Le prove per l’esame conclusivo del primo ciclo saranno: Italiano, Matematica, Inglese più il colloquio. Anche questa disposizione è positiva perché l’esame attuale ha cinque scritti ed è decisamente troppo impegnativo per studenti così giovani. Si è ammessi all’esame con la media del 6, e non con tutti 6: una differenza essenziale e indubbiamente positiva, che mette fine a un ostacolo imposto dal ministro Gelmini, per il quale con un solo 5 si poteva essere bocciati, ostacolo che soltanto il buon senso ha superato, nella vita reale, portando a 6 gli eventuali 5. Ma quanto buon senso ci è voluto, per anni, in tutta Italia! Una formulazione come quella oggi proposta, appoggiata anche dalla presidente della commissione cultura della Camera, onorevole Flavia Nardelli, è senza dubbio migliore. Il buon senso va anche allo Stato, oltre che ai Consigli di classe! La prova nazionale prevede anche l’Inglese, oltre ai tradizionali Italiano e Matematica, e viene effettuata in aprile. Per i ragazzi con diverse abilità anche queste prove sono differenziate, con eventuale possibilità di esonero, così come avviene – del resto – anche per le altre prove impartite dai docenti in corso d’anno. Questo punto ahimè è in parte pasticciato con un lessico non coerente, alludendo a “misure compensative e dispensative”, “adattamento della prova”. Rimane però ancora senza dubbio una questione del tutto inaccettabile. La commissione propone: “Agli alunni con disabilità che non sostengono l’esame viene rilasciato un attestato di credito formativo.” (articolo 12, comma 7). Perché uno studente dovrebbe non sostenere l’esame? Cosa potrebbe succedergli? Lo stesso Atto 384, decreto delegato applicativo della legge chiamata “Buona scuola”, garantisce ai malati e ai ricoverati il diritto all’esame, perfino se non fossero in grado di raggiungere la sede delle prove. Ora ci si chiede: agli studenti diversamente abili, cosa potrebbe invece succedere? Perché non dovrebbero sostenere le prove? Perché una simile precisazione non viene asserita anche per gli altri studenti? Rispondo io. L’ultima volta che una mia studentessa non si è presentata all’esame, era scappata di casa da tre giorni. L’abbiamo cercata e trovata, ancor prima dei carabinieri. Le abbiamo indetto immediatamente prove suppletive, per le giornate che aveva perso. Senza arrivare a casi così estremi, è più frequente che vi sia un attacco di panico. Insomma, se uno studente non va all’esame: o si chiamano i carabinieri, o ci si rivolge al medico. Analogamente dovrebbe essere per lo studente diversamente abile. Invece non ci si scompone nemmeno… peggio! Si codifica la sua possibile assenza in un comma, assenza ritenuta invece allarmante per un altro studente. Si cade quindi in un grave pregiudizio, se non proprio in un atto discriminatorio. Va dato atto alla commissione parlamentare di avere ascoltato i cittadini e le loro proteste, almeno allo stato dei lavori della commissione parlamentare, relativamente a questo decreto delegato numerato 384. Di avere ascoltato chi è giusto che sia ascoltato, perché ha gli abiti sporchi di gesso… Saltare l’esame non ha alcun senso. Se davvero – da qualche parte – vige questa pratica, è ora che finisca. L’esame è un diritto di tutti: non suggeriamo l’idea che uno studente diversamente abile possa starsene a casa, mentre a uno studente non coperto da legge 104, se ha problemi, gli si corre dietro anche in ospedale, a casa, in carcere, o ovunque egli sia. Richiamo l’asserzione recente del ministro Fedeli: “Ora parte la fase di ascolto dei soggetti coinvolti. I testi finali saranno frutto della massima condivisione possibile.” Sono dunque sicura che – anche su questo punto – si possa continuare a dialogare, proprio ora che, dopo il parere espresso dalla Commissione, si va verso la fase conclusiva. This e-mail address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it

LA GUERRA VINTA

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-di FRANCESCA VIAN- Debutta a Padova una splendida rivisitazione della durissima battaglia, combattuta a Palermo, fra i giudici di buona volontà e le cosche mafiose che tiranneggiano la Sicilia e l’Italia intera. È il maxiprocesso alla mafia, il più grande processo penale mai celebrato al mondo, che la compagnia teatrale Barabao ricompone pezzo su pezzo, in un disegno chiaro, struggente, emozionante, unico. Ma soprattutto vivo. In uno splendido intrecciarsi di emozioni, con una platea silenziosa e immobile, l’attore Ivan Di Noia, si finge il super testimone Tommaso Buscetta, con tanto di inflessione siciliana; disegna in poche battute la mafia vecchia e quella nuova. Si sente l’unico “uomo d’onore” rimasto in circolazione. Ma Falcone lo convince che – testimoniando al processo – perderà il suo status di “uomo d’onore” e diverrà soltanto “un uomo” e “mi creda, Buscetta, sarà la cosa più difficile”. Nella prestigiosa sala teatrale di via Altinate, che fino a pochi anni fa era l’aula bunker del Tribunale di Padova, debutta il più bello spettacolo teatrale mai ideato sulla guerra alla mafia; prende forma la battaglia vinta del maxiprocesso, conclusosi nell’aula bunker di Palermo, il 16 dicembre 1987. Furono giudicati 460 imputati, furono comminati 2665 anni di reclusione e 19 ergastoli, per assassini, trafficanti di droga e di morte, persone abituate a comandare in ogni campo, abituate a trincerarsi dietro la maschera demoniaca dell’‘uomo d’onore’. Una maschera di morte, in verità, che continua a ghignare e a seminare orrore: per i tanti giovani mortificati dalla droga, per le donne sfruttate sulle strade, per gli innocenti avvelenati dai rifiuti, per la paura di chi vuole reagire, per la vendetta su chi deve morire solo per il cognome che porta. Ma il 16 dicembre 1987 la mafia perde. E perde di brutto. Il palcoscenico si riempie d’un tratto di attori. Ma ce n’è solo uno: Ivan Di Noia. Dà vita a tutti i personaggi, flette tutte le voci, interpreta tutti gli interessi in gioco. Passa dal siciliano di Riina, all’italiano, dalla voce ferma dei giusti, a quella spietata di Michele Greco. Si cambia di continuo la giacca. Così prendono forma quattro protagonisti Giovanni Falcone, Tommaso Buscetta, Michele Greco, Totò Riina; ma rivivono anche gli altri: Ninì Cassarà, Antonino Caponnetto, Giuseppe Montana, Paolo Borsellino. Sfilano i noti e gli ignoti. Sullo sfondo del palcoscenico si muove lo Stato, nella sua doppia veste di chi lo sa servire, e di chi lo umilia con il compromesso. La strage di Capaci viene rappresentata solo con Totò Riina che grida e che butta all’aria le carte di Falcone, mettendo il palco a soqquadro. In quella strage perdono la vita, oltre al giudice: Francesca Morvillo, Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Saltano in aria, ma sopravvivono: Paolo Capuzza, Gaspare Cervello, Giuseppe Costanza e Angelo Corbo. Una ricostruzione impareggiabile, quella di “Omertà. Capaci, 23 maggio 1992”, proposta dal teatro Barabao, per la regia di Romina Ranzato, con l’organizzazione di Micaela Grasso, coordinatrice di Teatro Ragazzi Calendoli, con il patrocinio del Comune di Padova e della Fondazione Antonino Caponnetto. Gli applausi sono per Ivan che ha recitato i quattro protagonisti e tutte le comparse. Gli applausi sono anche per il giudice Falcone, che si presenta al pubblico con la giacca chiara, come appare nell’immagine di copertina. Le due aule bunker si stringono nel ricordo, che è in verità più di un ricordo, l’aula bunker del Nord ci racconta l’aula bunker del Sud. Una grande soddisfazione, perché l’Italia è una soltanto, anche se diversa. Resta la grande emozione di una storia vera, terribile, raccontata a chi ieri l’ha vissuta, raccontata a chi è troppo giovane per conoscere. Padova è diventata ieri la capitale della lunga storia degli uomini liberi: di coloro che non possono fermarsi, perché testimoniano “con disciplina e onore” come impone la Costituzione, il loro servizio allo Stato. This e-mail address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it

SOLIDARIETÀ A SIRIGNANO

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La Fondazione Antonino Caponnetto in merito alla intercettazione emersa ieri che ha evidenziato per l'ennesima volta l'odio dei boss per il procuratore oggi consigliere della DNA Cesare Sirignano, gli esprime la propria totale solidarietà e vicinanza. Firenze 1° Marzo 2017.- La Fondazione Antonino Caponnetto in merito alla intercettazione emersa ieri che ha evidenziato per l'ennesima volta l'odio dei boss per il procuratore oggi consigliere della DNA Cesare Sirignano, gli esprime la propria totale solidarietà e vicinanza. Cesare Sirignano è un validissimo magistrato e non permetteremo che venga in alcun modo toccato. La Fondazione Antonino Caponnetto chiede altresì ai propri parlamentari di riferimento di attivarsi in proposito. Salvatore Calleri (Presidente Fondazione Antonino Caponnetto)

FONDAZIONE CAPONNETTO SU QUANTO SUCCESSO A VITTORIA

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FEB 19 FONDAZIONE CAPONNETTO SU QUANTO SUCCESSO A VITTORIA Mafia:Fond. Caponnetto su attentato ragusano,serve intervento duro (AGI) - Roma, 19 feb. - "La Fondazione Caponnetto da tempo denuncia la durissima situazione che c'e' a Vittoria, nel ragusano. I diversi ceppi di mafia presenti a Vittoria ed in tutta la provincia di Ragusa, sono di serie "A". Le coraggiose denunce del giornalista Paolo Borrometi ne sono una testimonianza e anche la sua perdita di liberta' e' un esempio lampante. Purtroppo non sempre la situazione di gravita' viene presa nella giusta considerazione. Ieri si e' assistito all'ennesimo vile atto di intimidazione che ha, tra l'altro, ferito gravemente un operaio. Si affronti quindi la questione in modo duro senza aspettare oltre: e' quello che chiediamo al ministro dell'Interno, Marco Minniti". Lo ha affermato il presidente della Fondazione Caponnetto, Salvatore Calleri, relativamente all'ennesimo atto incendiario accaduto a Vittoria (Ragusa). (AGI) Rmx/Gim

SENTINELLE DELLA LEGALITA' VA USATO SOLO PER LA FORMAZIONE NELLE SCUOLE, PLEASE

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Apprendiamo dai media di una iniziativa di formazione del M5S che è stata denominata sentinelle della legalità.

La Fondazione Caponnetto chiede che non venga associato il termine "sentinelle della legalità", il cui logo peraltro è di proprietà della Diple Edizioni, ad alcuna iniziativa di qualsivoglia partito o movimento in quanto si rischia di creare un malinteso con il progetto scuola attualmente operativo che porta lo stesso nome e riguarda la formazione di migliaia di giovani.

Ovviamente non è intenzione fare sul punto alcuna polemica o iniziare qualsivoglia tipo di azione, anche perchè, a prescindere, ogni iniziativa che tocchi il tema della lotta alla mafia a Viareggio è sicuramente meritevole, come pure il fatto che i media ne parlino, ma è importante fare l'opportuna chiarezza.

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